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HARRY POTTER E LA PIETRA FILOSOFALE

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Giovedì 6 dicembre ha debuttato in tutte
le sale cinematografiche italiane il film Harry Potter e la Pietra filosofale,
tratto dall’omonimo libro, primo di una serie di sei volumi, scritto
dall’autrice scozzese J. K. Rowling. Il film è diretto da Chris Columbus già
regista di film coma Mamma ho perso l’aereo e prodotto dalla Aol Time
Warner per la modica cifra di 250 miliardi di lire (129.110.000 in euro). I
numeri della produzione sono stati così notevoli da far scrivere su Variety,
la bibbia dello showbusiness americano, che il kolossal «è il primo corporate
movie: non è stato girato, ma fabbricato». La definizione la dice lunga se la
associamo ai nomi del casting della produzione: gente esperta, che lavora nel
cinema per ragazzi e che si trova a gestire il best-sellers letterario degli
ultimi anni. Il film è il solito scacciapensieri,
tipico del periodo natalizio, adatto per le famiglie e per i più piccoli, ma la
novità sta proprio nel fascino esercitato verso il pubblico
adulto. Attrazione non soltanto verso il film, ma anche nei confronti del
libro. La storia è quella di un orfanello,
Harry Potter figlio di maghi uccisi dall’Oscuro Signore Voldemort, che viene
affidato ai suoi zii facenti parte della categoria dei “babbani” perché non
percettori ed non usufruitori delle arti magiche. Potter vive in un sottoscala,
maltrattato dai suoi zii, ma al compimento dell’undicesimo anno di età viene
convocato presso la scuola di magia dove troverà amici ed alleati per
combattere il male incarnato in uno dei professori del magico college. La trama nella sua semplicità cade
spesso nella banalità del politicamente corretto, è pur sempre un romanzo per
ragazzi, ma ha una tradizione che attira la nostra attenzione: l’apparato
mitologico, i concetti e le terminologie usate rimandano ad un procedimento e ad
un mondo già utilizzati dai precedenti autori del genere fantasy. La Rowling
elabora una delle tante immagini che ribollano nel pentolone del Medioevo
fantastico e magico. Alla morale vittoriana dei romanzi di Charles Dickens: nel
mondo c’è tanto male, ma il bene alla fine trionfa; si accosta
quell’apparato poetico e mitologico elaborato dal maestro del fantasy, J. R.
R. Tolkien. L’autore de Il Signore degli Anelli
ebbe la grande intuizione di creare un Mondo Secondario specchio di un Mondo
Primario, il nostro, utilizzando il Medioevo, epoca da lui conosciuta in quanto
docente di Filologia anglosassone presso l’Università di Oxford. Così il
Medioevo diventa Terra di Mezzo, costruzione narrativa nata per mascherare fatti
ed idee di un’età contemporanea in decadenza. Daniel Grotta in The Biography of J.
R. R. Tolkien, 1976 (traduzione in italiano di Francesco Saba Sardi, Rusconi,
Milano 1983) osserva che «un autore non può, com’è ovvio, restare del tutto
insensibile alla propria esperienza». Marco Respinti, studioso del genere
letterario, in un suo articolo sul Secolo d’Italia indica: «La
mitologia è costruita su riferimenti culturali e storici, e riflette sia
l’etica del narratore o mitografo, sia i valori della società». Nel volume
di Marc Shapiro: J.K. Rowling. La maga dietro Harry Potter, il titolo
originale è J.K. Rowling. The Wizard Behind Harry Potter, 2000
(traduzione italiana di Paola Cartoceti, Fanucci, Roma 2000), si evidenzia come
«il mondo reale può essere un mondo molto agitato. Non è sempre onesto e
amichevole. E non sempre c’è un lieto fine. Ecco perché, ogni tanto, ci
piace fuggire in un mondo di fantasia – un luogo dove le cose funzionano
meglio e si può sperare di essere felici e contenti. Vogliamo credere in
creature fantastiche che vivono in terre immaginarie. Vogliamo credere nella
magia, negli amici fedeli e nel potere del bene che trionfa sul male. Sogniamo
di saper volare e sollevare le case da terra. E immaginiamo di andare a uccidere
un drago o a conquistare la mano di una bellissima principessa brandendo una
spada magica. (…) Ecco perché siamo tutti ansiosi di conoscere le nuove
avventure del nostro mago preferito, Harry Potter, un orfanello inglese di
tredici anni che frequenta la Scuola di Magia e di Stregoneria di Hogwarts e che
cerca di essere un ragazzo normale mentre affronta il fantastico a ogni angolo».
Tolkien definiva la fantasia un diritto che l’uomo esercita creando a
imitazione del suo Creatore, a somiglianza del quale egli è fatto. Ed ecco i tanti personaggi tolkeniani rielaborati dalla Rowling per i suoi romanzi: i tanti hobbit rappresentati dagli studenti di magia, coraggiosi, curiosi e impacciati nell’affrontare qualcosa più grande di loro; il direttore della Scuola Albus Silente guida e tutore dei giovani allievi è il mago Gandalf, che dal
secondo libro de Il Signore degli Anelli in poi farà associare al suo nome l’appellativo de “il bianco”; Voldemort, l’Oscuro Signore che tanto ricorda Sauron, l’Occhio senza palpebra che tutto scruta, essere malefico per eccellenza che brama l’Unico Anello per potersi incarnare e riappropriarsi dei propri poteri, lo stesso avviene nel film con la Pietra filosofale. E non finisce qui. L’autrice attinge a piene mani a questi universi, per cui potremo spingerci in questo gioco di associazione per ogni particolare del libro, ma non ci resta che vedere il film, o leggere il libro, per continuare da noi stessi questo esercizio.
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©2002 Giuseppe Losapio