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| Il castello delle ombre a cura di Vito Attolini |
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pag. 3

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Nel
II secolo d.C. le armate dell’impero romano governato da Marco Aurelio si
spingono nei territori, denominati Sarmatica o Sarmazia, a nord del Mar Nero. In
queste terre sono stanziate diverse popolazioni barbariche; la più numerosa è
quella che dà il nome alla regione: i sàrmati. Con la conquista e
l’assoggettamento di questi abili guerrieri a cavallo inizia il film King
Arthur del regista di colore americano Antoine Fouqua e sceneggiato da David
Franzoni, autore de Il gladiatore di
Ridley Scott. Tutti
si sarebbero aspettati un remake
cinematografico del ciclo dei racconti arturiani del XII secolo, scritti tra
l’Inghilterra e l’Aquitania dai poeti di corte dei re inglesi e della
contessa di Champagne. Il pubblico e la critica erano pronti a sospirare per i
palpiti d’amore tra Lancillotto e Ginevra, oppure osservare con apprensione le
fatiche spirituali dei prodi cavalieri di Artù mentre ricercano la pietra, o
coppa, del Sacro Graal. Assuefatti dal
simbolismo romantico del bellissimo Excalibur
di John Boorman (1981) e terrorizzati dal polpettone de Il primo cavaliere
di Jerry Zucker (1995), con Sean Connery e
Richard Gere, film tributari del romanzo ottocentesco di Tomas Malory La
morte di re Artù, eravamo pronti con un armamentario di idee preconcette
per il solito giocattolone americano.
Invece
ci siamo ricreduti. E il giudizio sul film appare favorevole non solo per la
qualità della pellicola e della regia, ma per l’idea che muove tutta la
sceneggiatura, non più incentrata sulla leggenda arturiana, ma su una sua
presunta storia attestata da recenti scavi archeologici in Cornovaglia e da una
epigrafe latina del V secolo. Per meglio gestire i vasti territori dell’impero, Roma stanziò molti eserciti nelle zone più delicate. Le legioni erano formate dalle popolazioni di nuova conquista, costrette ad un lungo periodo di leva obbligatoria, che poteva durare oltre un decennio, per acquisire lo status di “cittadini” e muoversi liberamente nei territori romani. I fatti si svolgono nel V secolo d.C. nella Britannia settentrionale dove è stanziata una legione composta da cavalieri sàrmati e parti, con il compito di pattugliare il vallo di Adriano e respingere gli attacchi delle popolazioni indigene celtiche e dei Pitti, nel film definiti Woads, guidati dall’anziano druido e capo tribù Merlino (Stephen Dillane). Alla testa di questi cavalieri c’è un ufficiale dell’impero, nato da un matrimonio misto tra un aristocratico romano e una donna della Britannia, ed educato secondo i principi della cultura romano-cristiana: Lucius Artorius Castus (Clive Owen). Gli altri cavalieri, o meglio coloro che sono sopravvissuti al lungo periodo, circa quindici anni, di coscrizione militare sono i famosi Tristano (Mads Mikkelsen), Lancillotto (Ioan Gruffudd), Galahad (Hugh Dancy), Galvano (Joel Edgerton), Bors (Ray Winstone) e Dagonet (Ray Stevenson). Artorius si trova a dover gestire le ultime settimane di servizio militare delle sue truppe, stanche di servire Roma, una città che non conoscono in una terra che non è la loro. Ma la venuta del vescovo Germanius (Ivano Marescotti), ufficiale dell’impero con competenze amministrative e religiose, prolunga la leva di Artorius e dei suoi soldati per un’ultima missione: scortare attraverso il vallo una famiglia di aristocratici romani che risiede fuori il limes e difenderla dagli attacchi degli angli e dei sassoni che da più parti stavano penetrando nelle isole britanniche. La notizia lancia lo sconforto tra i cavalieri, già riottosi verso Roma e tenuti insieme solo dallo spirito cameratesco che il loro generale ha saputo instaurare nel gruppo, simbolo di questo legame è la “tavola rotonda” al cui cospetto tutti i cavalieri sono uguali. I sette cavalieri raggiungono la villa romana dove trovano uno spettacolo desolante: lo sfruttamento della manodopera servile e l’uso di torture per la conversione religiosa delle popolazioni pagane. Artorius di fronte a un’applicazione del cristianesimo differente da quella insegnatali a Roma, decide di liberare i pagani murati vivi dai monaci e di scortare coattivamente la famiglia romana e la loro servitù nell’accampamento oltre il vallo. Qui incontra Ginevra (Keira Knightley), figlia di un capotribù. Dopo averla liberata e curata, Artorius la riconsegna alla sua gente al patto di attraversare indenni i boschi dalle imboscate e dagli attacchi dei Woads, eppure durante il tragitto i cavalieri romani dovranno scontrarsi con un’orda di sassoni guidati da Cynric (Til Schweiger) figlio di Cedric (Stellan Skarsgard) capo della popolazione germanica, in una battaglia suggestiva su un lago ghiacciato dove muore Dagonet. Artorius è dilaniato da una lotta interiore tra principi religiosi e di governo: le sue truppe libere dal servizio verso Roma gli chiedono di abbandonare il vallo rotto dall’avanzata sassone, dall’altra parte le richieste di Merlino e Ginevra che riconoscono in lui una discendenza indigena e indubbie capacità di governo, e chiedono di guidare le popolazioni britanniche nella difesa contro gli invasori. Sarà Ginevra a far cambiare idea all’ufficiale romano seducendolo e unendosi a lui: in questo modo Artorius si “convince” del proprio destino e organizza la difesa contro i sassoni. I suoi cavalieri in un primo momento abbandonano il loro generale, ma il legame militare li spinge a ritornare e ad unirsi nello scontro finale che vedrà la morte di Lancillotto, mentre difende Ginevra che guida il suo popolo in battaglia, e di Tristano. Il finale è scontato: Artorius sposa Ginevra e diventerà re Artù, primo sovrano dei britanni, da cui nasce il mito.
La sceneggiatura si pone una serie di quesiti interessanti che svincolano i personaggi del ciclo dai cliché del mito. Se Artù era vissuto negli ultimi anni dell’Impero Romano d’Occidente come poteva guidare delle truppe senza andare in contrasto con le istituzioni romane? Era un barbaro federato oppure un ufficiale romano? E chi erano i cavalieri della tavola rotonda, se all’epoca l’esercito era formato maggiormente dalla fanteria? Erano truppe di barbari? E chi erano i barbari che prediligevano il combattimento a cavallo? Chi era Merlino? Perché è rappresentato come un mago? Poteva essere uno sciamano o druido locale, e quindi ascoltato da entrambe le parti in causa? Quesiti che setacciano l’immensa mole di racconti su Artù, i suoi cavalieri e la sua consorte e che fanno emergere una trama, forse esile, ma sufficiente ad elaborare un racconto storico differente dal mito e aderente ad una probabile realtà. Ed ecco che appaiono i diversi cristianesimi: modi differenti di vedere
la nuova religione, dalle pratiche più pie del generale Artorius
a quelle più pragmatiche del vescovo Germanius.
La convivenza tra religioni differenti: il Dio unico dei romani e la fede dei
“padri” dei cavalieri sàrmati, o quella verso i boschi dei britanni. Gli
atteggiamenti licenziosi dei soldati verso le donne: Bors
detto il “casto” era padre di una decina di figli avuti da tre donne, di cui
una aveva simpatie verso Lancillotto, e forse anche un figlio. Il concetto di
proprietà che per i romani aveva valenze sacre che perdurano anche con il
cristianesimo: Dio parlava per bocca del proprietario terriero e i servi-fedeli
dovevano seguire i suoi comandamenti. La distinzione tra potere amministrativo,
rappresentato dal vescovo, e quello militare gestito da Artù tipico del sistema
amministrativo romano. Certo le “invenzioni” storiche e le distorsioni
prospettiche sono presenti, come un centralismo politico del papa che nel V
secolo non esisteva. Se il vescovo di Roma avrà contatti con i vescovi
britannici avverrà nel VII secolo con le epistole di papa Gregorio Magno ad
Agostino vescovo di Canterbury. Nel V
secolo il cristianesimo britannico era di marca irlandese: furono infatti i
monaci celtici a cristianizzare e a dare i primi vescovi alla Britannia. Oppure
la locandiera che richiama i soldati romani ai loro compiti cantando una dolce
nenia in inglese: detta anche lingua anglo-sassone, ovvero nata dopo
l’invasione degli angli e dei sassoni, una svista di pessimo gusto. È un film che non ha molte pretese e per la mancanza di volti noti è stato snobbato dalla critica più titolata, ma bene interpreta un contesto storico in cui è inserito il racconto cinematografico. Merito va a David Franzoni che già con Il gladiatore ha dimostrato come lo spettacolo e l’azione possono benissimo rispettare la realtà storica senza che questa venga immolata sull’altare dell’ignoranza. |
Le recensioni di Vito
Attolini: King
Arthur

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Il
film Timeline, diretto da Richard
Donner e tratto dall’omonimo libro del romanziere americano Michael Crichton,
sicuramente non sarà ricordato negli annali della storia del cinema di
fantascienza, sia per la non brillante interpretazione degli attori sia per
l’esile trama che non rende giustizia al libro. È
la storia di un gruppo di studenti universitari collaboratori di un archeologo
americano, il prof. Edward Johnston, che opera in Francia nei pressi di un
villaggio medievale detto di Castelgard, sito tra un castello e una abbazia, teatro di uno
scontro feroce tra truppe francesi ed inglesi durante la guerra dei Cent’anni.
Gli scavi procedono normalmente quando il prof. Johnston non scompare del tutto
dopo un misterioso colloquio con la ITC Corporation, finanziatrice degli scavi.
A questo punto incominciano strani rinvenimenti: lenti di occhiali tra gli
strati più antichi del monastero, una strana firma su un documento del XIV che
richiama esplicitamente il nome in latino del docente scomparso con una
richiesta d’aiuto. I
giovani assistenti chiedono un incontro con i capi dell’azienda che finanzia i
loro scavi e scoprono che questa ha costruito una macchina del tempo che porta i
viaggiatori nel 1357 a Castelgard. Per questo motivo la grande azienda era interessata agli
scavi che cerca riscontri tra le loro missioni nel tempo e le informazioni che
gli scavi fanno emergere. I ragazzi sono risoluti a recuperare il loro docente e
convincono la ITC a mandarli nel loro “amato” Medioevo. Il resto del film
propone una serie monotona di scene di azione e momenti drammatici, in cui
spicca una bella e fedele ricostruzione di un assedio a un castello. Il lieto
fine è quanto mai scontato: gli ingegneri della ITC riescono a ricostruire la
macchina del tempo, in tempo per far ritornare gli eroi nel presente; i cattivi
di turno, il capitano inglese del castello e il manager senza scrupoli della ITC,
vengono sconfitti e l’assistente del professore si innamora di una principessa
francese e rimane nel “suo” Medioevo con un orecchio mozzato, dopo uno
scontro d’armi per la presa del castello. Tante
occasioni sprecate per poter rappresentare il XIV secolo francese: il senso
della vita e della morte, i rapporti tra uomini e donne, il cibo, tanti spunti
che il film prende dal libro ma che non sviluppa e che appiattisce soltanto per
descrivere dettagliatamente soltanto gli scontri e le tecniche di assalto e di
difesa del castello. Insomma fari puntati su ciò che da spettacolo: la guerra.
A queste scene si aggiungono momenti gratuiti e assurdi, come il taglio
dell’orecchio dell’assistente del professore che non grida per il dolore, ma
al contrario esulta perché capisce di essere lui il nobile raffigurato su una
lastra tombale rinvenuta durante gli scavi. Gli
unici elementi interessanti della storia, che sono sviluppati più compiutamente
nel libro, sono il rapporto che si crea tra medievisti e il Medioevo, da loro
studiato e mai vissuto, e l’immagine che il film dà dei medievisti. Nel primo
caso è evidente il processo di demistificazione dell’idea di Medioevo che
hanno i giovani studiosi. A contatto con la spietatezza della realtà medievale
viene meno quell’idealismo, una visione romantica, e anche un po’ ludica,
che ha influenzato l’immaginario collettivo creando una età di mezzo fatta di
cavalieri cortesi e valorosi e di un rapporto idilliaco tra uomo e natura. La
realtà è tutt’altra e porterà alcuni di loro a dover rivedere la loro
passione verso un’epoca che è solo nella loro testa.
Più
interessante è il secondo spunto di riflessione. Qual è l’immagine che
offrono degli studiosi del Medioevo? I medievisti vengono qualificati come
archeologi anche se si trovano spesso a leggere pergamene, catalogare codici e
descrivere le forme di scrittura usate: tipico lavoro dello storico e non
dell’archeologo. Per quale motivo la figura dell’archeologo è deputata a
rappresentare lo storico nella filmografia americana? È forse l’immagine del
mitico archeologo creato da Spielberg, Indiana Jones, che influenza le scelte
iconografiche degli autori? O c’è altro? Sicuramente l’archeologo che
prende il volto di Harrison Ford, ha un ruolo importante nella filmografia
americana nel aver caratterizzato la figura dell’archeologo-avventuriero, e
questo film ne presenta una versione in miniatura, dove i giovani studiosi si
trovano a scalare case di paglia e legno o ad attraversare passaggi sotterranei,
ma negli States il lavoro storico è
molto differente rispetto a quello che avviene in Europa. Oltreoceano è molto
forte l’impronta della New history (nuova
storia) nata nei paesi anglosassoni assieme alla New
archeology, con lo scopo di ricreare ambienti ed eventi storici dal vivo.
Non è difficile trovare negli Stati Uniti d’America corsi universitari in cui
lo scopo primario è quello di ricostruire eventi storici attraverso miniature o
con l’organizzazione di manifestazioni di ambientazione storica. E questa
particolarità è molto forte sia nel libro che nel film, che mostra
ricostruzione di battaglie con miniature oppure momenti in cui i personaggi sono
ripresi a destreggiare con le spade o nel tirare con l’arco. Il film non
mostra l’aspetto laboratoriale di questo modo di fare ricerca, ma rappresenta
un gruppo di persone che vanno dietro a reperti inanimati o a scontri con le
spade, come se fosse un passatempo e non un momento di studio. Timeline è una scommessa persa. Un film con idee e premesse interessanti sacrificati ad una trattazione approssimativa che gravita a quella che sarà il colpo di scena centrale ovvero la battaglia di Castelgard. Un film d’azione che pone domande interessanti ma risposte superficiali o pressappochiste.
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©2004 Giuseppe Losapio