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| Il castello delle ombre a cura di Vito Attolini |
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Attila flagello di Dio, 1982, regia di Castellano & Pipolo
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Attila il flagello di Dio, diretto da Castellano e Pipolo e uscito sugli schermi nel 1982, è al momento, il DVD più venduto del 2004. A partire da questa notizia, Marco Giusti ha condotto una riflessione (apparsa sul Venerdì de la Repubblica del 13 luglio 2004) sulle pellicole comunemente classificate come trash-movie all'italiana e sul loro attuale successo nelle vendite in formato DVD. Mi è sembrato opportuno (e liberatorio?) scrivere alcune "note a margine" su tale fenomeno e sulle considerazioni fatte da Giusti nel citato articolo. Su Attila il flagello di Dio c'è ben poco da dire. Gli autori sfruttano il fenomeno comico del momento, il personaggio del "terrunciello" creato da Diego Abatantuono, lo calano in una realtà temporale distante dalla nostra per fare un film comico basato sul contrasto terrunciello/Medioevo e gli imbastiscono intorno una storia in cui si strizza l'occhio al Brancaleone di Monicelli. L'esito è disastroso, come pure, a suo tempo, l'incasso. Passando al più ampio e onnicomprensivo contenitore denominato cult- trash («ma come parla?», direbbe Nanni Moretti?), va notato che, ormai, basta appiccicare ad un film qualsiasi l'etichetta "cult" perché questo diventi un capolavoro del cinema mondiale. Se l'analisi condotta da Giusti è condivisibile per alcuni aspetti (elemento generazionale, l'"oggetto-cult", il citazionismo), per altri non lo è affatto ed è proprio su questi ultimi che mi soffermerò. Ecco il ritratto socio-antropologico dei cultori del trash-movie abbozzato da Giusti: «maschio, trentenne, figlio di pariolini o di borgatari, può essersi formato con le pagine culturali di la Repubblica o Il manifesto come con le copertine di Blitz o, meglio ancora, con i varietà anni 80 di Canale 5 e RaiUno. Ha letto Genette o Foucault o, al massimo, Stephen King. Non importa. La sua cultura è assolutamente trasversale a quella imposta dai media. Si vuole sentire completamente libero, politicamente e culturalmente. Non sa chi siano Francesco Rosi, Citto Maselli e Ettore Scola. Non ha mai letto Tullio Kezich». L'identikit tracciato da Giusti ha il merito di evidenziare la grande eterogeneità dei prodotti culturali di cui potenzialmente disponiamo, ma non considera due questioni fondamentali. In primo luogo, che l'industria cinematografica tende a diffondere, e quasi sempre ad imporre, prodotti diretti ad un pubblico il più vasto possibile o che seguano gli "umori" di un determinato contesto storico (è il caso dei "poliziotteschi") oppure ancora la moda culturale del momento: si pensi al filone dei film "boccacceschi", che sfruttò il successo commerciale del Decameron di Pasolini. Per l'industria cinematografica non esistono B-movie e cult-trash, ma solo pellicole che devono incassare. Questa industria può anche presentare (in caso di uscite in DVD o VHS) i film con le citate etichette, ma unicamente per vendere. In secondo luogo, che la televisione ha notevolmente amplificato ed esasperato tale "vocazione" e, di conseguenza, il livello di quello che ci viene proposto sul piccolo schermo è così mediocre, la scelta - per calcolo economico, ovvero per favorire la pay-tv, e culturale: gli spettatori sono ritenuti, o vanno fatti diventare, bambini incapaci di scegliere - così scarsa, da far apparire come capolavori film che, nel migliore dei casi, non vanno oltre il buon artigianato e l'onesto mestiere. Certo, il collezionismo e le passioni vanno rispettati, però non è che siccome, per dire, Paulo Roberto Cotechiño, centravanti di sfondamento o Metti lo diavolo tuo ne lo mio inferno sono cult-trash, di conseguenza diventano capolavori imperdibili.
Nel suo articolo, Giusti rievoca brevemente il dibattito interno alla critica cinematografica italiana negli anni '70, ne sottolinea la vittoria della linea "parruccona" ed evidenzia come, a tutt'oggi, la "disponibilità" della cultura ufficiale nei confronti dei film di genere non sia cambiata da allora. L'accusa di "mancata attenzione" è condivisibile - basterebbe, però, sfogliare le annate di Cineforum per scoprirvi brevi saggi, articoli e recensioni dedicati a questi trascurati generi cinematografici - in quanto soprattutto in questi film è possibile leggervi chiaramente gli obiettivi della produzione, la cultura ad essi sottesa, i modelli di riferimento, e via dicendo. Verrebbe però da aggiungere (malevolmente?) che una delle massime aspirazioni dei critici è quella di "riscoprire" autori e film ingiustamente trascurati dalla "critica ufficiale". Va ricordato che un'operazione di questo genere, in Italia, è riuscita soltanto per Totò e, si badi, per il personaggio, non per quasi tutti i film da lui interpretati. Eppure a me sembra che la critica, come anche un qualsiasi spettatore intelligente, sappia ormai distinguere, ad esempio, fra la regia di Riccardo Freda e quella di Mariano Laurenti; fra Renzo Montagnani, valido e sottoutilizzato attore, e il bravo caratterista Mario Carotenuto. Collocare fra i grandi attori italiani Lino Banfi e Alvaro Vitali in quanto protagonisti di molti film appartenenti a quel genere che con un eufemismo viene definito "commedia erotica all'italiana"? E, per questo, snobbati (o stroncati) dalla critica? Sbaglierò, ma la migliore interpretazione di Banfi è il commissario in Fracchia la belva umana (grande primo tempo), mentre il destino cinematografico di Vitali è stato irrimediabilmente segnato da Amarcord. Infine due domande: in tutto questo riscoprire, che fine hanno fatto i "musicarelli"? Siamo sicuri che alla spocchia del cinefilo non si sostituisca la spocchia del cinefilo cultore di trash-movies? Al recente festival di Venezia, Quentin Tarantino è stato l'alfiere della rivalutazione dei B-movie (in particolare, dei "poliziotteschi") all'italiana. Secondo il regista, questi film vanno rivalutati perché piacciono a lui e perché hanno avuto un grande successo di pubblico. Quand'è così... Chiudo ricordando le regole del gioco. Ognuno è libero di realizzare quello che vuole. Al pubblico e alla critica la libertà di valutazione. E fa niente se alcuni film sono proprio pessimi.
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©2004 Gaetano Pellecchia