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| Il castello delle ombre a cura di Vito Attolini |
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John Ronald Reuel Tolkien
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La
versione filmica de
Il
Signore degli Anelli
è molto meno infedele al
testo e allo spirito della grande saga tolkieniana di quanto si sarebbe potuto
temere: rallegriamocene. Ma con prudenza: ché un conto sono le intenzioni del
regista e del soggettista, un altro gli esiti che un qualunque film tratto da
un'opera letteraria possono produrre negli spettatori. Le orde di uomini, donne,
giovani e giovanissimi e bambini che in queste settimane hanno preso d'assalto
le sale di proiezione di tutto l'Occidente sono solo in modestissima misura
costituite di persone che hanno sul serio letto l'opera maggiore di Tolkien; fra
essi, una minoranza infima è in grado di contestualizzarla all'interno degli
altri libri tolkieniani che è necessario conoscere per entrare nello spirito di
essa, vale a dire quanto meno Lo Hobbit e Il Silmarillion; e sono ben pochi, tra
questi ultimi, quelli in grado di padroneggiare la problematica complessa che a
queste opere presiede, il rapporto fra la fede cattolica di questo grande
studioso inglese, nato da una madre presto convertitasi al cattolicesimo, e il
suo impegno di filologo e di medievista e la sua fantasia mitopoietica.
Siamo
perseguitati da parecchi decenni da una storia di genere kitsch che ci arriva
dagli Stati Uniti d'America: improbabili e di solito abbastanza ributtanti
mostracci e mostriciattoli, accompagnati dagli effetti speciali alla Steven
Spielberg, si sono impadroniti del cinema imponendo un genere sado-maso-horror
spesso accompagnato alla ricostruzione fantastica di saghe epiche ambientate in
«universi paralleli». A questa già dubbia miscela si è aggiunto un ritorno
alla fantasia magica, com'è attestato dal successo dei libri e del film
dedicati ad Harry Potter. Ora, che cosa potranno capire i nuovi fans di Tolkien,
quelli che ai suoi libri giungono dopo averne vista la versione cinematografica,
e che, digiuni di autentici miti e di archetipi ben compresi, poco o niente
sanno di saghe, di letteratura cavalleresca, e magari hanno attinto le «leggende
del graal» attraverso le grottesche deformazioni d'una letteratura occultistica
da tempo arrivata ormai nelle edicole e le ambigue affabulazioni del new age?
Natura serena e schiva ma tormentata da segrete inquietudini, John Ronald Reuel Tolkien - nato in Sudafrica nel 1892, residente in Inghilterra dall'età di tre anni circa, convertito al cattolicesimo con la madre nel 1900 - aveva cominciato a organizzare il suo mondo di «fiabe perdute» fin dal 1917, quando aveva 25 anni. Filologo e specialista di letteratura inglese medievale, docente a Oxford fin dal 1925, egli aveva partecipato all'eterogeneo cenacolo degli «InglinKs», umanisti anti-modernisti, e aveva per lunghi anni accompagnato la crescita segreta del suo mondo di miti. Il Signore degli Anelli è in realtà una trilogia, pubblicata fra 1954 e 1955. Pochi anni dopo, con la nascita del movimento hippy, quello strano fluviale poema in prosa dove si parlava di maghi, di talismani e di avventure divenne una specie di Bibbia dell'esperienza esistenziale alternativa. Tolkien lo aveva detto con chiarezza: letteratura di «evasione» sì, ma nel senso di «evasione del prigioniero», cioè del prigioniero di guerra, che evade per tornare a combattere; non in quello di «fuga del disertore», che scappa per salvare la pelle e viene meno così facendo al suo dovere. Negli anni Sessanta-Settanta (Tolkien sarebbe morto, ottantunenne,
nel 1973) il successo dello scrittore inglese raggiunse l'Europa: e lo si guardò
come un fenomeno «di destra» appunto perché postulava l'«evasione del
prigioniero», la scoperta di modelli e di prospettive di tipo alternativo
rispetto al determinismo materialista e al «pensiero unico di tipo marxista che
in quegli anni costituivano l'atmosfera che quasi uniformemente si respirava a
livello intellettuale. Qualcuno, superficialmente, giudicando il mondo mitico di
Tolkien e i suoi dèi, parlò di «neopaganesimo», suggerendo che si potesse
trattare quasi di un esperimento di fantasia neonazista. Era una calunnia
infame: Tolkien, che aveva orrore di Hitler, gli rimproverava anche questo,
l'aver inquinato l'immagine dell'antica mitologia germanica piegandola alla sua
perversa propaganda. Ma, dinanzi al conformismo di quegli anni, quella fuga nel
mondo dei maghi e degli anelli incantati era salutare.
Da
allora, troppa acqua è passata sotto i ponti. Il materialismo dialettico è
scomparso, per lasciare il posto a un materialismo volgare fatto di consumismo e
di corsa al profitto e al successo. Ma l'angoscia che nel mondo occidentale si
è diffusa come contraccolpo di questo inaridirsi di prospettive ha generato,
fra le altre cose, un «ritorno selvaggio del sacro» che a sua volta si è
tradotto in infinite mistificazioni pseudoreligiose e neoreligiose cavalcate da
sette e conventicole neo-orientali, neoceltiche o sedicenti tali. Dinanzi a
questa confusione dove allignano perfino pennellate di ridicolo satanismo,
dinanzi a questo balbettar di falsi e nuovi miti che scopre al tempo stesso
l'incapacità di attingere correttamente al Sacro e di servirsi in modo ordinato
della fantasia, ma anche il bisogno dell'uno e dell'altra, Tolkien va riletto
non già lasciando spazio a un libero gioco fantastico che quasi nessuno sembra
avere più gli strumenti per sostenere, bensì procedendo a una sua rigorosa
rifilologizzazione.
Tale
scelta ci conduce a sottolineare quel che, sotto l'aspetto della saga pagana c'è
in Tolkien di profondamente cristiano, anzi cristiano-cattolico. Che cosa?
Assolutamente tutto. E cominciamo pure dallo stile del Silmarillion, che parla
di antichi dèi immaginari ma suggerisce una tematica profondamente e
radicalmente monoteista e creazionista, ispirata direttamente allo stile biblico
(nel 1960 Tolkien collaborò alla traduzione della «Bibbia di Gerusalemme» dal
francese all'inglese). Per proseguire poi in un'analisi sul carattere cristico
della figura di Aragorn come Sovrano del Secondo Ritorno, al pari di Artù - ma
anche e soprattutto del Cristo - rex venturus; e su analogo carattere di
quella di Frodo Baggins, il «portatore dell'Anello» che si carica del malvagio
potere dell'oggetto terribile come il Cristo si è caricato della croce di tutti
i peccati del mondo. Si è parlato de Il Signore degli Anelli come di un
«romanzo manicheo», dove Bene e Male si distinguono chiaramente: Giorno contro
Notte, Luce contro Tenebra. Niente di più falso. Nel romanzo, trionfa proprio
il grigio: il colore dello stregone Gandalf. Bene e Male si mischiano di
continuo, come nella vita degli esseri umani. La vera grande vittoria del bene
è quella che Frodo riporta dentro e contro se stesso, rinunziando al potere
dell'anello.
Ma
questi dati fondamentali sono del tutto trascurati e sconosciuti almeno a
livello massmediale: dove trionfa la lettura di Tolkien, specie dopo il successo
del film, in termini di semplice heroic fantasy e di ambigua spiritualità
di tipo new age. Nel mare di sciocchezze scritte e pubblicate di recente al
riguardo, poche cose si salvano. Segnalo Le radici non gelano. Il conflitto
fra tradizione e modernità in Tolkien, di Stefano Giuliano (ed. Ripostes) e
Tolkien, Il mito e la grazia, di Paolo Gulisano (ed. Ancora).
Significativamente, sono solo alcuni piccoli coraggiosi editori a prestar voce
alle voci più giudiziose, naturalmente minoritarie. Il resto è consumismo
volgare, maghi da baraccone e draghi di plastica aggravati dai trucchi
informatici. L'Occidente opulento e sicuro di aver ragione rischia di confondere Aragorn con Bush e Sauron con Bin Laden: e non si rende conto di quanto sia pericolosa l'avanzata del Saruman globalizzatore, di quanto sia urgente liberarsi dell'Anello del nuovo materialismo.
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Le recensioni di
Vito Attolini: Il
signore degli anelli. La compagnia dell'anello
Manlio
TRIGGIANI, Tolkien e la saga del Signore degli anelli
L'«altra»
recensione: di Giuseppe
Losapio;
di Gaetano
Pellecchia
© 2003 Franco Cardini