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| Il castello delle ombre a cura di Vito Attolini |
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Non fosse per null'altro, i cultori di cinema saranno in eterno grati a Ridley Scott per lo splendido Blade Runner del 1982, dove già si affrontava, del resto, il tema del Medioevo: sia pure non di quello passato bensì di quello "prossimo venturo", fin troppo liberamente ispirato al romanzo Il cacciatore di androidi di Philip K. Dick. È regista colto, Scott, che ama misurarsi con la letteratura, la storia e il difficile campo del remaking. In quest'ultimo àmbito, tutti ricorderanno ohimè la cupa - in tutti i sensi - performance de Il gladiatore del 2000, ispirato fin troppo fedelmente a La caduta dell'impero romano del 1964. Si
dice da parte di alcuni informati e malevoli cinematografari che
l'ambizione segreta di Scott, girando Kingdom af Heaven - che
arriverà nelle sale italiane con il banale e maldestro titolo di Le
crociate - era quella di far un altro remaking, magari
stavolta meno fedele, ispirato a I crociati di Cecil B de
Mille: e in effetti, almeno nella scena del grande assedio del 1187 a
Gerusalemme, una qualche ispirazione dall'analogo assedio di Acri del
1192 girato dal grande cineasta americano si potrebbe cogliere (come
vi si coglie l'eco de Il
Signore degli Anelli). Altre
reminiscenze e talvolta citazioni del filone medievale hollywoodiano (Robin
Hood, Ivanhoe,
Riccardo Cuor di leone)
si
colgono in effetti qua e là, nella pellicola-fiume dedicata alla
conquista musulmana di Gerusalemme del 1187 e dunque ai precedenti
della cosiddetta "terza crociata". E, nella figura quasi
protagonista del Saladino, la sottile filigrana ideologico-narrativa
lascia trapelare le memorie del Lessing di Nathan il Saggio e
del Walter Scott de Il Talismano. Un film dunque colto, questo
dedicato all'epopea medievale delle guerre per il possesso della Città
santa? Ambizioso, certo; ben recitato, a parte stereotipi e scivolate,
nel complesso sì; semicolto e velleitario, almeno dal punto di vista
storico, questo va detto. E attualizzante, secondo uno "schema a
tesi": ma, visto l'argomento e i tempi che corrono, c'era da
aspettarselo. Salto a piè pari l'aspetto propriamente filmico della pellicola, che non sono in grado di giudicare. Parliamo di storia. Quel che lascia, più che perplessi, un po' delusi e seccati è il poco felice mixing di fiction e di pretesa "verità" storica, secondo la formula - cara a Ridley Scott - dell'intreccio fra una storia intima e un grande scenario. E quel che dà francamente fastidio è la continua allusione a fatti e situazioni del presente, con un linguaggio che scivola sovente nell'anacronismo involontariamente comico e uno stucchevole insistere sui soliti temi della pace, della tolleranza, del dialogo trattati con conformistico ossequio della political correctness.
Ma andiamo per ordine. Francia, 1184. Il fabbro Balian, in crisi per la perdita dei suoi cari, riceve la visita del nobile Goffredo d'Ibelin, proveniente dalla Terrasanta, che gli rivela di essergli padre naturale. Goffredo morirà, dopo avergli affidato il compito di continuare la sua missione di difensore del Santo Sepolcro. Balian arriverà quindi in una Gerusalemme assediata dal Saladino, dove il valoroso e sfortunato Baldovino IV, lebbroso, e la bella Sybilla candidata a succedergli, hanno a che fare con l'inetto e ambizioso Guido di Lusignano promesso sposo della principessa e una banda di avidi e sanguinari signori feudali crociati e di templari (potevano mai mancare?) tanto feroci quanto fanatici. Baldovino morrà di lì a poco, i crociati saranno sconfitti in una battaglia campale e Gerusalemme sottoposta a un assedio che terminerà con un'onorevole resa dei cristiani. Grazie alla lealtà del Saladino, Balian tornerà nella sua dolce Francia insieme con la non meno dolce Sybilla, lieta di non esser più regina. Un
po' ridicolo il generoso ricorso alla parola "crociata" da
parte dei personaggi (il termine non entrerà nel linguaggio ordinario
prima del Quattrocento: quelli del XII secolo erano alle crociate, ma
non lo sapevano). Decisamente stucchevoli e inopportuni sia lo schema
"ideologico" - tutto giocato, nel campo cristiano come in
quello musulmano, sul contrasto tra i "falchi" che vogliono
il "conflitto di civiltà" e le "colombe"
desiderose di "dialogo" -, sia le correlative velleità
moraleggianti e attualizzanti. Per quanto alla fine i musulmani, se
non altro grazie a un Saladino affascinante e tutto sommato abbastanza
fedele alla realtà storica, ci escano meglio dei cristiani. Per cui
non si capisce proprio che cos'abbiano da protestare contro la
pellicola di Scott quelli dell'«American-Arab Anti Discrimination
Committee di Washington», che di storia debbono saperne davvero
pochino. Le
realtà storica, dunque: ammesso che a qualcuno interessi. Gli Ibelin,
nobile schiatta aristocratica "franca" di Terrasanta
d'origine forse pisana (guarda caso…) furono un'illustre famiglia
del regno crociato di Gerusalemme: il loro castello principale era a
una decina di chilometri da Lydda, dove oggi c'è l'aeroporto
internazionale di Lod. Baliano II d'Ibelin fu effettivamente, insieme
con un altro aristocratico franco, Ugo di Tiberiade (chiamato col
buffo nome proprio di Tyberias nel film), l'eroico e saggio difensore
di Gerusalemme nell'autunno del 1187, allorché - morto da due anni il
saggio e sfortunato re-lebbroso Baldovino IV e passata la corona alla
di lui sorella Sybilla e al marito, l'inetto Guido di Lusignano - il
Saladino, dopo aver battuto i crociati nella battaglia di Hattin in
Galilea del luglio precedente, l'assediò con forze soverchianti. Alla
fine si trovò un accordo, e il principe musulmano lasciò uscire gli
abitanti cristiani di Gerusalemme dietro modico riscatto, addirittura
condonato ai più poveri. Non risultano storie d'amore tra Baliano,
che non ha mai fatto il fabbro in Francia, e Sybilla. Nel
film affiorano qua e là alcuni personaggi storici effettivi - il
feudatario Rinaldo di Chatillon, il maestro templare Girard de
Ridefort, il patriarca Eraclio - ma sono regolarmente fraintesi e
caricaturizzati in modo inutile, goffo e arbitrario. Un fanatico
mullah che molesta con le sue pretese il Saladino è tanto meno
credibile in quanto il celebre emiro, curdo di nascita, era sunnita,
laddove i mullah sono notoriamente sciiti. Lo sceneggiatore sembra
aver ridotto a una lotta tra "moderati" e "fondamentalisti",
goffamente allusiva al presente, quella che alla vigilia della terza
crociata si svolse effettivamente in Terrasanta, ma ch'era lotta tra
due fazioni aristocratiche del regno crociato per impadronirsi del
potere. Qua e là, qualche perla cronistica sceneggiata alla lettera:
come nella scena dell'incontro tra il vinto re Guido e il Saladino
nella tenda sul campo di battaglia di Hattin, che segue fedelmente il
racconto di uno storico arabo coevo. Pagliuzze
di storia, in un mare di fantafeuilletonismo: un'occasione perduta,
perché si sarebbe potuto essere ancor più avvincenti restando fedeli
a una realtà storica del resto ben conosciuta e oggetto di studi
critici molto solidi. Sarebbe bastato un salto a Princeton o a
Milwakee: invece gli sceneggiatori hanno preferito aggirarsi per le
"sale delle crociate" che Napoleone III dedicò, a
Versailles, all'epopea medievale riletta in chiave romantica e
colonialista. Peccato.
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La
recensione di Vito Attolini
Silvia Bizio,
Parla Ridley Scott: Il mio kolossal di pace
Serena
D'Arbela, A proposito delle Crociate di Ridley Scott
LE
ALTRE RECENSIONI: Pasquale
Bonfitto, Le Crociate
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Losapio, Le Crociate
© 2005 Franco Cardini, da «l'Avvenire», 21/4/2005