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| Il castello delle ombre a cura di Vito Attolini |
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La
magia del cinema è riuscita a farci rivivere, sebbene con differenti sistemi,
antichi sogni, miti e leggende che sin dall’antichità hanno affascinato ed
incuriosito l’animo umano. Potremmo definire i registi come novelli giullari
che cantano le gesta di intramontabili eroi? Forse il paragone è arduo ma non
impossibile. Il
termine americano epic film fa riferimento sia alle pellicole di soggetto
antico che a quelle con i più diversi soggetti storici. Come afferma Andrea
Sani: Un tempo la trasmissione era solo orale. Pochi i letterati in grado di poter studiare e di poter produrre opere veramente degne di nota. Il loro pubblico era, ad ogni modo, molto limitato, visto l’elevato grado di analfabetismo. Circoscriviamo
la nostra analisi al Medioevo, terra di mezzo o forse terra di nessuno, dove
regnano sovrani i sogni di infinite generazioni, ciascuna con la propria idea di
questo non-tempo, dove la storia spesso è relegata a debole comparsa. Le
storie di personaggi a volte fantastici, a volte realmente esistiti, e quindi più
strabilianti, erano cantate da menestrelli e giullari, che nelle corti e nelle piazze, riuscivano a catalizzare l’attenzione di un pubblico
variegato pronto a sognare, pronto ad uscire dalla grigia routine quotidiana,
dagli stenti e dalle debolezze umani. Un modo per rinfrancare l’animo, per
divertirsi e appagare la loro insaziabile curiosità. Riflettendo,
ci accorgiamo che a distanza di un millennio l’uomo, fondamentalmente, non è
affatto cambiato, unica costante e, perché no, forse unico determinante delle
produzioni artistiche. Oggi l’analfabetismo è stato abbondantemente
debellato, quasi fosse una malattia, nella maggior parte dei paesi del mondo. Il
progresso, però, ci travolge e la velocità delle nostre azioni quotidiane ha
preso il sopravvento su quel nostalgico andare lento che ci dava respiro e
magari rifugio nella lettura di un buon libro. La velocità, questa tanto
astratta quanto concreta tiranna, ci porta a non aver più tempo da dedicare ad
una buona lettura, forse un angolino d’intimità, dove far interagire la
propria fantasia con quella dell’autore-artista, ponendoci simultaneamente in
uno stato passivo-attivo, di ricezione e rielaborazione dei dati assunti. Il
tempo libero a disposizione è così limitato che, al di là della magia del
grande schermo che attrae inesorabilmente, se un regista fantasioso riesce a
fissare su pellicola le pagine di un romanzo, godibile in un lasso di tempo che
non supera le tre ore di media, certo il veloce uomo moderno prediligerà il
cinema ad un mesetto di lettura. Ciò
risulta essere molto interessante per comprendere i limiti e le magie del cinema
come opera d’arte. Il cinema oggi insegna anche se la sua funzione principale
non è assolutamente la didattica. Relegato ad arte minore, è giunto là dove
altre forme artistiche non sono riuscite. Andrea Sani parla di «avventure della
visione». Il pubblico vede concretamente ciò che, altrimenti, leggendo la
storia, avrebbe potuto solo immaginare, dando corpo, così, alle descrizioni
fantastiche dell’artista-autore. L’artista-regista concretizza attraverso
immagini tridimensionali in movimento, attraverso il sonoro e la recitazione,
tutto ciò che la sua fantasia elabora, coinvolgendo a tal punto il pubblico,
che l’immaginazione di quest’ultimo risulta essere alquanto atrofizzata,
ormai satura delle scene viste e metabolizzate. Si pensi a quando si legge un
libro dopo aver visto il film che ne è stato tratto. I personaggi hanno i volti
degli attori che li interpretano. Inoltre spesso il regista fa valere la sua
soggettività artistica nella messa in scena cinematografica di storie, romanzi
ed altre opere letterarie già esistenti. Accade poi che, qualora lo spettatore
nella migliore delle ipotesi leggesse l’opera che ha ispirato il film, dopo la
visione dello stesso, con tutta probabilità ne resta inesorabilmente deluso. Tutto
ciò ci fa porre delle domande molto semplici le cui risposte forse risulteranno
essere molto complesse. Finché si naviga in generi letterari dove è la
fantasia a predominare il danno forse è più ammortizzabile. Ma come ci si pone
di fronte ai così detti film storici? Lo spettatore assume tutto quanto vede
sul grande schermo come vero? Ciò accade anche con la lettura di romanzi
storici?
Il più noto romanzo storico di Walter Scott (1771-1832) La
storia non può essere insegnata attraverso il cinema, come non può essere
insegnata attraverso un romanzo storico. Walter Scott asseriva che la storia
romanzata non ha bisogno di correttezza filologica, ma deve soltanto essere
plausibile. Shakespeare confondeva i costumi delle diverse epoche e addirittura
nel Giulio Cesare v’è un orologio che rintocca. Questa è la
sostanziale differenza tra il vero ed il verosimile. Come spiegarlo però alle
masse? Oggi appunto non v’è più l’analfabetismo ma incombe un altro tipo
di ignoranza. Un’ignoranza originata dai meccanismi infernali di una società
senza tempo. è forse la nostra
epoca ad essere un non-luogo e un non-tempo? La
gente va al cinema e, per quanto consapevole che sia una forma d’arte e di
finzione, è convinta che quanto vede sia vero, soprattutto in ambito storico.
Luoghi comuni, così, insieme a distorsioni prospettiche e agli stereotipi come
accezione negativa del luogo comune, prendono il sopravvento sull’autenticità
storica. L’uomo che vuole sognare, che ha bisogno di esprimere i propri aneli,
le proprie paure si rifugia in idee di passato che gli fanno comodo. Che differenza c’è allora tra un libro
storico ed un film storico? Il film è fatto di immagini, e queste hanno il
magico potere di catalizzare, nella mente umana, scenari, atmosfere, luoghi
d’altri tempi, indipendentemente dalla volontà dello spettatore. Persino il
più austero ed intransigente dei critici cinematografici, che per professione
ha il grave compito di assumere una posizione oggettiva e distaccata
dall’opera d’arte, è influenzato dal potere delle immagini. E tali immagini
entreranno a far parte dell’immaginario collettivo, vere o false che siano dal
punto di vista storico, ma vere nel loro essere immagini perché, citando Andrea
Sani, riescono appunto a rendere visibile e concreto ciò che altrimenti sarebbe
soltanto immaginabile, coinvolgendo la sfera cognitiva. Il passato, o meglio
l’idea di passato, risulterà essere meno estraneo e lontano, più
accessibile, pronto a raccogliere le proiezioni fantastiche dell’uomo
contemporaneo e a regalargli il potere di ideali sopravvissuti a secoli di
storia. Sempre Sani nel suo “elogio del cinema
epico” afferma quanto segue: «…l’epopea degli eroi descritta in questi film [i kolossal] ha sempre esercitato un grande fascino, perché è una proiezione del bisogno di trascendere la mediocre umanità che è in noi in personaggi “più grandi della vita” (bigger than life), capaci di imprese straordinarie. Non a caso, secondo la psicologia del profondo di ispirazione Junghiana, la figura dell’eroe è il simbolo di un ampliamento della coscienza dell’Io, verso cui naturalmente tendiamo» [2]. Esaminiamo il film
El
Cid
di Antony
Mann (1961) che narra le imprese del
mitico eroe spagnolo le cui gesta sono giunte a noi attraverso il cinema, la
leggenda ed infine la storia. Un processo cognitivo che va beffardamente va a
ritroso.
El Cid di Antony Mann (1961). Un
film, questo, certamente degno di nota e che spicca tra i tanti capolavori
dedicati alla cinematografia epica. Questo giudizio, però, si riferisce al
contesto filmico preso nella sua unica accezione di opera d’arte, ossia
interpretazione ed elaborazione soggettiva di una leggenda che affonda le sue più
remote origini nella storia. Molti
critici cinematografici affermano che il plot si basa sul Cantar de Mio Cid.
Solo Andrea Sani aggiunge che il regista si è basato oltre che sul poema in
questione anche sul dramma Le Cid scritto da Pierre Corneille nel Seicento.
Considerando che al fianco di Antony Mann
presenziò la scena Menéndez Pidal, il più grande studioso del Cid mai
vissuto, mi è spontaneo trovare delle incongruenze. Analizziamo quanto detto più
dettagliatamente. Il
film in questione non si basa affatto sul Cantar in quanto i luoghi, i
personaggi, l’evolversi della storia è completamente differente, coincidendo
in alcuni punti più per casualità che per uno studio specifico dell’opera.
Guardando la pellicola in questione è facile pensare al dramma di Corneille, ma
è bene sottolineare che quest’ultimo, a sua volta, si è basato sull’opera
di un drammaturgo spagnolo vissuto a cavallo tra Cinquecento e Seicento, certo
Guillem de Castro (1569-1631) che scrisse le Mocedades de Rodrigo
[3].
La scena del film che propone l’incontro del Cid con il lebbroso, ci fa
comprendere che in realtà il regista si è basato proprio su quest’ultima.
Corneille, infatti, aveva eliminato la scena del lebbroso dal suo dramma. L’uccisione
del padre di Jimena per mano di Rodrigo, la vendetta che questa chiede per ben
tre volte al suo re, il duello con il primo cavaliere aragonese per questioni di
confine, sono tutti elementi in comune tra il film e il dramma seicentesco
spagnolo. Ed ancora la visita che Rodrigo fa a Jimena, raggiungendola nelle sue
stanze, l’esilio (che sembra essere causato più dalle richieste della giovane
amata che non dai contrasti tra il Cid ed il suo re), il ritiro di Jimena in
monastero ed il suo finale ricongiungimento al Campeador, sono tutti tratti che
non fanno altro che confermare la mia tesi. Dal Cantar indubbiamente sono stati tratti elementi come, ad esempio, la causa del secondo esilio, attribuibile ai dissapori tra l’eroe ed Alfonso VI, la guerra contro Ben Yusuf e gli almoravidi, la conquista di Valenza. Qui entriamo, però, più approfonditamente nel merito storico. Le discordanze tra realtà e finzione saranno evinte da un confronto diretto tra la storia ed il film citato. Storicamente
parlando, non vi fu nessuna disputa per la città di Calahorra, che Mann nel
film pone a confine tra Aragona e Castiglia. Dal punto di vista geografico non
può esserci affermazione più errata. Come si può evincere dalla cartina della
Spagna dell’XI secolo, Calahorra si trova nel regno di Navarra e non è
affatto posizionata sul confine tra quest’ultima e la Castiglia. L’Aragona,
a quell’epoca, era un piccolo cantuccio che non confinava affatto con la
Castiglia. Se proprio volessimo attribuire a questa città un valore di
frontiera, forzando un po’ la geografia, questa risulterebbe tra Navarra e
Aragona. Nel
film, alla morte di Fernando I, Urraca eredita la fortezza di Calahorra, la
città di confine appena conquistata con il duello tra il Cid ed il primo
cavaliere aragonese. Scoppiata la lotta fratricida tra Sancho II e Alfonso VI
per il dominio completo su Castiglia, León e Asturie, e dopo un alterco tra i
due, quest’ultimo viene inviato da Sancho alle prigioni della fortezza di
Zamora. Dopo un agguato subito durante il tragitto, questi si rifugia nella
fortezza di sua sorella Urraca. Alfonso esce illeso da questo agguato grazie
alla spada dell’eroico Cid. Inoltre è proprio a Calahorra che si svolgeranno
le scene del complotto ordito contro Sancho che incontrerà la morte assalito e
pugnalato da uno sconosciuto, nei sotterranei della fortezza. Niente
di più falso dal punto di vista storico, anche se esaltante da quello
cinematografico, per il plot, le scenografie e la coreografia, considerando che
il film è stato girato negli anni Sessanta e, quindi, con i mezzi di allora.
Torniamo alla storia. Urraca ereditò realmente una fortezza alla morte di suo
padre, ma era quella di Zamora e non quella di Calahorra, situata dalla parte
opposta geograficamente parlando. Alfonso, sconfitto in una battaglia dai
leonesi, fu fatto prigioniero ed inviato a suo fratello Sancho che lo rinchiuse
nelle carceri del castello di Burgos. Questi su preghiera di Urraca e su
giuramento di fedeltà di Alfonso, lasciò libero il fratello che andò in
esilio a Toledo. Urraca invece organizzò l’insurrezione di
Zamora che fece accorrere Sancho. Il monarca fu ucciso nel suo
accampamento durante l’assedio, da certo Vellico Adolfo, che fu braccato ed
ucciso dal Cid. Quindi Alfonso VI non si rifugiò da sua sorella, ed alla morte
del fratello lui era a Toledo. E nel suo esilio non è assolutamente accertata
la presenza del Campeador. Sul complotto che portò all’uccisione di
Sancho è sempre rimasto un velo di dubbio su chi l’avesse realmente ordito.
L’immaginario collettivo e non la storia lascia sempre credere che dietro tale
azione vi fossero Urraca ed Alfonso. Nel film, invece, ci è mostrata un’altra
versione. Esaminiamola. Ancora
vivo Sancho II, Ben Yusuf raggiunge a Valenza il tā’ifah al-Qádir,
per proporgli un’alleanza per combattere i cristiani. Gli comunica il
complotto macchinato contro Sancho affinché i sospetti poi ricadano sul
fratello Alfonso VI che avrebbe regnato poi con questa ombra che gli sarebbe
costata l’infedeltà dei suoi sudditi e forse dello stesso Cid. Dal
punto di vista storico le incongruenze sono tantissime. Quando al-Qádir salì
per la prima volta in assoluto al comando di una tā’ifah, questa
fu quella di Toledo. In quel periodo, a cavallo tra gli anni Settanta ed Ottanta
dell’XI secolo, Sancho II era già morto e Alfonso VI regnava a pieni titoli
su Castiglia, León e Asturie. Valenza era ancora tutta musulmana e libera da
qualsiasi protettorato cristiano. In questo stesso periodo al-Qádir chiese
aiuto al monarca cristiano per fronteggiare le minacce musulmane ed i disordini
interni alla città di Toledo voluti dal partito degli ‘intransigenti’. Dopo
la vittoria dei cristiani, il capo moro dovette arrendersi al protettorato
castigliano, ed in questo caso invocò l’aiuto degli almoravidi con lo scopo
di salvaguardare la religione islamica. Fu però poi espulso da Toledo e si
rifugiò a Cuenca dove si incontrò con Alfonso VI. Nel 1085 Toledo fu
conquistata definitivamente ed i due sovrani entrarono insieme e trionfanti
nella città. Come
ben si può notare, la conquista di Valenza era ancora lontana. Ci fu prima la
sconfitta di Alfonso VI a Sagrajas nel 1086 in cui ebbe la meglio l’almoravide
Ben Yusuf. Dopo il 1087, al-Qádir fu imposto come sovrano a Valenza. Il Cid non
affiancò il suo re a Sagrajas perché Alfonso VI adunò i suoi più valorosi
uomini solo dopo l’atroce sconfitta contrariamente a quanto ci viene narrato
dal film. Tra i cavalieri convocati figurava Don Rodrigo de Vivar. Si deduce,
quindi, che all’epoca tra l’eroe ed il monarca cristiano c’era una tregua.
Al-Qádir invece era impegnato a difendersi dalle mire espansionistiche
catalane. Vista la situazione confusa e scottante, il sovrano moro chiese
nuovamente aiuto ad Alfonso VI ed al Cid. Quest’ultimo esercitò il suo
protettorato su Valenza in nome del suo re. Ritornando
a Ben Yusuf, è impossibile che abbia mai potuto tramare l’uccisione di Sancho
II alleandosi con al-Qádir, il quale nella vita reale, era grande amico di
Rodrigo Diáz de Vivar. Mann
fa coincidere la causa del secondo esilio del Cid (che in realtà nel film altro
non è che la prosecuzione del primo esilio mai veramente terminato) con il
rifiuto di questi di unirsi ad Alfonso VI nella battaglia di Sagrajas. Storicamente parlando, la scena del mancato incontro tra il Campeador ed il monarca cristiano, si sposta a Villana. Probabilmente, per errori di calcolo sul tempo necessario per percorrere il tragitto che lo divideva dalla meta, il Cid non raggiunse in tempo il suo re. Qui sorse il malinteso ed Alfonso VI esiliò Rodrigo convinto che il suo atto fu in mala fede.
Le gemelline figlie del Cid in una scena del film di Mann Altra
evidentissima incongruenza riguarda le figlie del Cid. Il nostro regista sceglie
di rappresentarle come sorelline gemelle che non crescono mai. Il nostro eroe,
invece, nella realtà aveva ben tre figli, due donne ed un erede maschio che morì
precocemente nella battaglia di Consuerga il 15 agosto del 1098. Tutto ciò
conferma la mia tesi: il film di Mann non si basa assolutamente sul Cantar
de Mio Cid. Qui Elvira e Sol sono adulte ed il nostro eroe è impegnato a
riscattare l’onore oltraggiato della sua famiglia, ad opera degli infanti di
Carrión. Guillem de Castro, nelle Mocedades, non focalizza minimamente
la sua attenzione sulle figlie del Campeador e sui loro destini; Corneille nel
suo Le Cid non le menziona affatto. La
trovata delle figlie gemelle ed eternamente piccole nella pellicola è quindi
un’iniziativa artistica esclusiva del regista. Il
Cid Campeador infine morì il 24 giugno 1098 a Murviedro, in silenzio. è
la leggenda creata da giullari e menestrelli del tempo che, da morto, lo ha
voluto armato in groppa al suo destriero al galoppo, per terrorizzare i nemici
con la maestosità della sua presenza. Nel Cantar non v’è alcuna scena
drammatica che descriva la morte dell’eroe, ma un solo e flebile accenno negli
ultimi versi, che giustificano la fine del poema con la scomparsa dell’eroe.
Guillem de Castro e Corneille, nelle loro rispettive opere, invece, non fanno
morire il mitico eroe. Può
quindi il cinema insegnare la Storia? Assolutamente no! Si dovrebbero rieducare
le masse alla lettura, a vivere il tempo libero in modo costruttivo, e
contrastare l’ignoranza di fondo che dilaga inesorabilmente. Il
cinema, benché relegato tra le arti minori come il fumetto, è un mezzo per
poter sognare, per vivere realtà virtuali prima impensabili, dove la
fotografia, la scenografia, la coreografia, la sceneggiatura, la musica, il
doppiaggio, la recitazione e quant’altro, divengono veri viaggi artistici che
confluiscono e si unificano nella figura leader del regista. Il cinema è la realizzazione di un sogno artistico per i suoi artefici, ed è il potere di sognare per i suoi spettatori, assorbiti dal grande schermo quasi fosse una novella sindrome di Stendhal. Alla storia il suo rigore scientifico. NOTE 1 Vedi Andrea Sani, Il cinema tra storia e filosofia, Ed. Le Lettere, Firenze 2002. 3 Mocedad in italiano significa “gioventù”, ma essendo qui utilizzato al plurale, lo si potrebbe intendere nel suo significato figurativo “le licenziosità di Rodrigo”. Infatti il Dizionario monolingue spagnolo di María Moliner, ed Gredos, Madrid 1988, seconda ed., al terzo punto spiega il vocabolo in questione come segue: diversióm licenziosa ossia “diversione licenziosa”. Al secondo punto invece dà come significato Vida disipada o licenciosa ossia “vita dissoluta o licenziosa”. RIFERIMENTI
BIBLIOGRAFICI AA. VV., Historia de la literatura española, Cátedra, Madrid
1990, 2 tomi. C. Alvar - M. Alvar
(ed.), Las Mocedades de Rodrigo [Crónica rimada del Cid], in Épica
medieval española, Madrid 1991. V.A. Álvarez Palenzuela
- Luis Suárez Fernández,
Historia de España. La España musulmana y los inicios de los reinos
cristianos (711-1157), tomo V, Ed. Gredos, Madrid 1991. Pierre Corneille,
Il Cid (Le Cid), Einaudi, Torino 1999. Alan Deyermond, El “Cantar de Mio Cid” y la épica medieval española, Sirmio, Barcelona 1987. El
Cid. Mito y
realidad, Catalogo della mostra tenutasi dal
27 gennaio al 30 aprile 2000 in onore del centenario della morte di Rodrigo Díaz
de Vivar al Museu de Prehistòria i de les Cultures de València. Rafael Lapesa, Introducción
a los estudios literarios, Cátedra, Madrid 1995. Francisco López Estrada,
Panorama crítico sobre el “Poema de Mio Cid”, Castalia, Madrid 1982. Angelo Marchese,
Dizionario di retorica e di stilistica, 4a ed., Arnoldo Mondadori,
Milano 1984. Ramón Menéndez Pidal,
La España del Cid, 7a ed., Espasa-Calpe, Madrid 1969, 2 tomi. ― La epopeya castellana a través de la literatura española,
Madrid, 1959. ― Los españoles en la historia, 2a ed, Madrid
1971. ― (ed.), Primera Crónica General de España, Madrid 1977,
II tomo. Ian Michael (ed.), Poema de Mio Cid, Clásicos Castalia, Madrid 1984. Alberto Montaner
(ed.), Cantar de Mio Cid,
Barcelona 2000. María
Moliner, Diccionario de uso del
español, 2a
ed., Gredos, Madrid 1998, 2 tomi. Andrea Sani,
Il cinema tra storia e filosofia, Ed. Le Lettere, Firenze 2002. Gonzalo Santoja (a cura di), El Cid. Historia, literatura y legenda, España Nuevo Milenio, Madrid 2001. R. Scholes
- R. Kellog, La natura della
narrativa, Bologna 1970. J. Sina, La
tradición oral, Labor, Barcelona 1967. Maria Vinella
(a cura di), Il cinema racconta. Pedagogia e didattica del linguaggio
cinematografico, Luca Sassella Editore, Roma 2002.
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©2002 Nicoletta Magrino