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                   Il castello delle ombre   Recensioni, articoli, saggi sui film sul Medioevo o di "atmosfera" medievale     a cura di Vito Attolini

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Gaetano Pellecchia

Note su Riccardo III - Un uomo, un re (di Al Pacino) e Highlander (di Russell Mulcahy)

   

Si propongono alcune brevi riflessioni sull'immagine del passato, in particolare del Medioevo, fornita dal cinema in film le cui storie, attraverso l'uso del montaggio alternato, si connotano per il loro sviluppo su due piani temporali: passato e presente. 

I due film in oggetto propongono altrettanti casi differenti: 1) "razionalizzazione" del passato; 2) passato come antefatto del presente.

In Riccardo III - Un uomo, un re (di Al Pacino, 1996), il passato è oggetto di continua razionalizzazione. Quale passato? Per rispondere alla domanda è necessario partire dal titolo originale - Looking for Richard, cercando Riccardo (III) - concetto cui si allude nelle didascalie di apertura in cui si "gioca" con la scomposizione del termine "looking" in "look" (guardare, ricercare, ecc.) e "king" (re). Il film, che si presenta come un documentario, è una "ricerca" sia sul Riccardo III di Shakespeare e sul teatro shakespeariano, sia sul personaggio Riccardo di Gloucester e sul lavoro che deve fare l'attore chiamato ad interpretarlo.

Il passato che Al Pacino assume non è l'Inghilterra del XV secolo (subito dopo la Guerra delle Due Rose) ma tale periodo secondo l'immagine datane da Shakespeare. Non inganni, in proposito, la scena in cui il regista afferma che bisognerebbe conoscere meglio il contesto storico in cui operò Riccardo di Gloucester. In tale sequenza si intravedono soprattutto immagini di costumi (forse abiti di scena) probabilmente corrispondenti a quelli in uso alla fine del XV secolo in Inghilterra. Sul significato di questa sequenza si tornerà in seguito.

L'assunzione di un passato che è quello della tragedia shakespeariana, unitamente a quelli che sono gli intenti del regista, comporta che esso sia "razionalizzato" e, di conseguenza, fatto percepire con distacco allo spettatore. Infatti ogni sequenza "in costume" è commentata (e anticipata) da una voce fuori campo o da stacchi sul presente che commentano la scena (si veda, ad esempio, quella della morte di Clarence). Altre volte il rimando al presente è dato dal consapevole guardare nella macchina da presa da parte dei personaggi (Riccardo III su tutti) oppure, ed è ancora il caso della sequenza della morte di Clarence, viene usato lo stesso testo shakespeariano. Infatti il dialogo in cui Riccardo III commissiona ai sicari il suddetto omicidio ha, in realtà, funzione di commento all'azione che si compirà e quindi provoca un effetto di "straniamento" nella scena in cui i sicari passano all'azione. 

Risente di queste scelte la tecnica del montaggio alternato usata per lo sviluppo dell'intreccio. Le due storie, quella della compagnia (o del cast) che indaga e prova il Riccardo III di Shakespeare e quella della rappresentazione del dramma, scorrono parallele. Ora, il  montaggio alternato viene normalmente utilizzato per separare in maniera netta due (o più) vicende in una storia. Tali vicende possono, ad esempio, incontrarsi in un momento topico del film o essere legate da un tema in comune (anche esilissimo e pretestuoso). Insomma, l'interazione fra le diverse vicende può avvenire a vari livelli e/o con maggiore o minore intensità. Come si vede, se da un lato la tecnica del montaggio alternato ha l'effetto di distinguere in maniera chiara le varie "microstorie" di un film, dall'altro le scelte effettuate dagli autori, inerenti gli sviluppi della trama, possono accentuare o meno tale distinzione. Nel caso del Riccardo III di Al Pacino, lo stacco fra le due vicende, e quindi fra presente e passato, è accentuato e ottenuto proprio attraverso la continua razionalizzazione della tragedia da rappresentare cui si è accennato in precedenza. 

Il "gioco" fra passato e presente verte, dunque, sulla comprensione del teatro di Shakespeare e del personaggio Riccardo III. Ciò viene ribadito in diverse sequenze ed è fortemente sottolineato quando lo sceneggiatore sostiene che su Riccardo III ne sanno più gli attori che gli studiosi. Se questa è l'intenzione degli autori, il Medioevo che ne viene fuori è quello stereotipato delle corti rinascimentali e, soprattutto, dei sovrani con la corona perennemente in testa. Si è accennato, in precedenza, alla scena in cui gli autori affermano che è necessario conoscere la storia dell'Inghilterra del XV secolo. Tale studio è però funzionale ad una migliore comprensione dell'agire, degli stati d'animo e dei sentimenti che contrappongono i personaggi della tragedia. La storia che viene presa in considerazione è quella comunemente definita "événementielle"; il passato è quello consegnato dagli stereotipi iconografici. Non solo. La scarna scenografia è tanto indice di una concezione di Medioevo in cui gli interni delle abitazioni (di qualunque genere) sono scarni, quanto la conseguenza di una scelta, da parte del  regista, che privilegia il Riccardo III come dramma alla cui riuscita è fondamentale il lavoro attoriale. Allo stesso modo, la tonalità scura, che contraddistingue le scene in costume, sembra più funzionale all'associazione buio/tragedia che (senza per questo escluderla) ad una concezione di Medioevo quale periodo "buio".

Il Medioevo rappresentato nel film di Al Pacino è, dunque, allo stesso tempo, periodo dal quale estraniarsi, e quindi da valutare con distacco e razionalità, e luogo comune (sovrani sempre con la corona in testa, ambienti spogli, "buio", ecc.) facilmente percepibile dallo spettatore.

Più tradizionale lo sviluppo delle vicende parallele, fra presente e passato, in Highlander (regia di R. Mulcahy, 1986). Qui va subito precisato che il passato è la Scozia della prima età moderna (primo Cinquecento), ma la distanza temporale è così vicina alla data convenzionalmente assunta per indicare la fine del Medioevo (1492) che si può ipotizzare la persistenza di vari aspetti della civiltà medievale anche per tale periodo. Il passato è, in  questo film, il tempo e il luogo dell'"antefatto" di una storia che trova il suo epilogo nella New York di fine XX secolo. Le due storie (o "microstorie") procedono parallele: ciò che si svolge nel passato serve a chiarire le vicende ambientate in età contemporanea. Il passato che vede lo spettatore è quello che ricorda il protagonista. Esso deve quindi avere caratteri di "veridicità" e di "realismo". Se, infatti, il protagonista è il "testimone del passato", di conseguenza, nella finzione cinematografica, la memoria di Mc Leod (il protagonista) non può non richiamare esperienze realmente vissute. In realtà, il tempo e, soprattutto, il luogo in cui si svolgono le vicende del passato sono indicati essenzialmente attraverso le immagini.

Si tratta, nello specifico, di stereotipi pescati nella cultura diffusa che rimandano facilmente lo spettatore alla Scozia medievale. Il richiamo al Medioevo è dato dal carattere quasi barbarico della società rappresentata nel film. L'identificazione con la Scozia è invece data dalla presenza di kilt e cornamuse. Soprattutto in questo caso si è in presenza di luoghi comuni che non hanno ragion d'essere: la diffusione del kilt risale alla prima metà  del XVIII secolo, idem per le cornamuse. Va inoltre precisato che, ancora nel Cinquecento, le "Highlands" erano abitate soprattutto da coloni irlandesi, i quali erano disprezzati e visti con fastidio dalla popolazione scozzese:  Highlander era sinonimo di rozzo irlandese. Va infine puntualizzato che l'abbinamento kilt-cornamusa anche se rilevato per la prima età moderna e localizzato nelle Highlands riguardava una porzione esigua degli abitanti delle Highlands, era un'usanza malvista dagli scozzesi e, comunque, non si presentava nelle forme con cui lo conosciamo.

Highlander è ascrivibile al genere fantastico: nel realismo delle vicende quotidiane del primo XVI secolo e di fine XX irrompe l'elemento meraviglioso, dato dalla presenza di esseri immortali impegnati in cruenti duelli. Paradossalmente proprio quest'ultimo aspetto, sia pure, con molta probabilità, in maniera involontaria, rimanda da vicino alla percezione che del meraviglioso si aveva nelle società dell'occidente medievale. In tali società l'elemento meraviglioso è, allo stesso tempo, privo di legami con la vita quotidiana ma (come dice Jacques Le Goff) «totalmente inserito in ess[a]». Nel film, infatti, la donna con cui Mc Leod vive sa di avere come compagno un essere immortale. Gli anni passano, ma lei invecchia e muore mentre lui resta giovane.

Nel film di Mulcahy, dunque, l'interazione fra presente e passato è data dal ruolo chiarificatore che le vicende del passato assumono man mano che la pellicola si sviluppa. Si tratta di un tòpos  piuttosto comune che trova nel montaggio alternato una soluzione ideale. E tuttavia l'adozione del suddetto tòpos non attenua o accentua, in maniera significativa, la separazione fra due (o più) vicende (qui fra  presente e passato) così come viene normalmente proposta con l'uso del montaggio alternato. 

In conclusione, si può affermare che le differenti premesse da cui partono i due film in oggetto danno luogo ad un esito comune, che è quello di un Medioevo piuttosto stereotipato. Non si rilevano, invece, convergenze per quel che riguarda i rapporti fra intreccio e tecnica narrativa (il montaggio alternato): le due pellicole approdano ad esiti diversi. In particolare, nel caso del Riccardo III  la continua razionalizzazione del passato accentua le caratteristiche della tecnica di narrazione adottata - netta separazione fra le "microstorie" che compongono un film - e permette allo spettatore di guardare al passato (e alla tragedia di Shakespeare) con occhio critico.

   

      

 

©2004 Gaetano Pellecchia

  


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