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| Il castello delle ombre a cura di Vito Attolini |
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Si propongono qui alcune riflessioni sulla figura della morte in due film: Il settimo sigillo (di Ingmar Bergman) e Brancaleone alle crociate (di Mario Monicelli). Ne Il settimo sigillo, la Morte ha un ampio mantello nero ed il volto pallido. Non ha la consueta falce. Non si è, insomma, in presenza dello stereotipo della figura antropomorfizzata della morte. L'elemento di novità è il volto pallido. Nel film di Bergman, tale volto ha una valenza fondamentale. Si è in presenza, infatti, di un elemento di "umanizzazione" della Morte, funzionale ad una riflessione problematica, e dai toni drammatici, della condizione umana e del suo rapporto con il divino (sacro), che Bergman affronta ne Il settimo sigillo. Una Morte che non avesse avuto il volto pallido ma il consueto teschio avrebbe assunto connotati grotteschi e, di conseguenza, avrebbe indebolito la riflessione del regista svedese: il film ne avrebbe perso in profondità. Non solo. Una Morte dal volto pallido che gioca a scacchi (gioco riflessivo per eccellenza) sarà sempre più credibile del solito "teschio". L'"umanizzazione" della Morte, attuata da Bergman, assolve anche al compito di rendere allo spettatore il carattere di compresenza fra la vita e la morte che connota la cultura (in senso antropologico) delle società medievali in Europa occidentale. Sia consentita una digressione. Sia sul tema appena enunciato che nella figura dell'attore che ha le visioni, Bergman, nella finzione cinematografica, sembra quasi prefigurare quanto scriveranno su tali argomenti Philippe Ariès e Jacques Le Goff. Nel film di Bergman, lo stereotipo popolare e grottesco della morte fa da controcanto alla Morte "umanizzata" e "umanistica". Infatti, nel film, la morte dall'aspetto stereotipato compare nella rappresentazione "popolaresca" che ne danno il capocomico, quando fa la parodia di se stesso con una maschera a forma di teschio, ed il pittore, che affresca le pareti di una chiesa con una "danza della morte" in cui la Morte è rappresentata secondo lo stereotipo dell'abito nero, del teschio e della falce. Ma anche nel corteo dei flagellanti che ha un teschio fra i suoi oggetti di adorazione. E infine nella visione finale del comico: un "danza macabra" in cui della Morte si intravedono solo l'abito nero e la falce ma che, stando a quello che afferma il comico, ha il volto a forma di teschio e porta anche una clessidra.
La Morte, per Bergman, è anche subdola e beffarda. Si vedano, in proposito, due sequenze. Nella prima, la Morte è dietro una grata e, cercando di non farsi riconoscere, prova a sondare meglio il pensiero del cavaliere. Essa, inoltre, ottiene un'informazione sulla prossima mossa che Blok (il cavaliere) farà nella partita a scacchi. La seconda sequenza in oggetto è quella in cui la Morte appare all'improvviso e sega, ghignando, l'albero sul quale si è rifugiato un attore. In definitiva, la Morte ha diversi aspetti. Ma Bergman concede maggiore interesse a quello trascendentale e problematico. La Morte rappresentata nel film di Monicelli è quella dello stereotipo popolare: abito nero, volto a forma di teschio e falce. Tale rappresentazione rientra nei canoni di un film che vuole dichiaratamente rappresentare un Medioevo popolare e, a tratti, grottesco. E la Morte, nella mentalità popolare, è quella dello stereotipo. La stereotipizzazione operata da Monicelli ha lo scopo di "avvicinare" la Morte al livello di Brancaleone. Quest'ultimo la riconosce subito e subito cerca di non soccombere, di ingannarla cambiando significato alle parole pronunciate poco prima. Va precisato, infatti, che il dialogo di Brancaleone con la Morte si avvia a partire da un monologo in cui lo stesso Brancaleone, magniloquente e cialtrone, invoca la Morte. Monicelli mette in scena una Morte che non vuole mostrarsi anche problematica e ieratica ma che risponda alla necessità di "creare" un Medioevo popolare. Il linguaggio della Morte, in Brancaleone alle crociate, è secco, essenziale, a suo modo popolare in quanto semplice e diretto. L'aspetto ed il linguaggio della Morte sono dunque fondamentali nell'economia narrativa dei due film e funzionali agli obiettivi che i due registi perseguono. Bergman e Monicelli partono, come si è visto, da premesse diverse di genere (drammatico il primo, commedia il secondo) e di obiettivi. Entrambi, però, nella loro riflessione finale sulla morte, approdano ad un esito che è simile per alcuni versi. Sia nel film di Bergman che in quello di Monicelli, è rilevante il fatto le uniche armi che l'uomo ha nei confronti della morte sono la beffa e l'inganno. Ne Il settimo sigillo, il cavaliere giunge alla conclusione che l'unico gesto veramente degno della sua condizione di uomo e di cavaliere consiste nel distrarre la Morte per far guadagnare tempo alla famiglia di attori e permettere a questi ultimi di salvarsi. E non è secondario che a salvarsi siano dei comici. Per Bergman, insomma, l'appuntamento con la morte, conseguente alla precarietà dell'esistenza, si può rinviare; di poco, ma si può.
Brancaleone, come si è detto, cerca subito di evitare la morte attraverso giri di parole e infine ottiene di poter morire eroicamente entro un certo termine. Nel finale, Brancaleone non sospetta che la Morte si presenti puntuale all'appuntamento. Quando ciò avviene, Brancaleone la sfida a duello. Egli riesce anche a trafiggerla, ma è inutile: la Morte è invulnerabile ed inesorabile. Brancaleone si salva solo perché la strega, per amore, si prende il colpo di falce a lui destinato. Ma è la stessa Morte a dire, poi, che risparmia Brancaleone solo perché «li conti tornano». Qui, l'appuntamento con la Morte è solo rinviato grazie al sacrificio di un essere umano ed alla "generosità" della Morte. Amara constatazione. Ma il risvolto tragico del genere commedia è ben noto al regista toscano per averlo praticato in alcuni suoi film (si pensi, fra gli altri, a La grande guerra ed a Parenti serpenti). Si rendono necessarie alcune osservazioni. In primo luogo, il "sacrificio" della strega va anche interpretato come un ennesimo tentativo di beffare la Morte. Infatti, la strega sa - e lo spettatore lo apprende in precedenza, nella sequenza del dialogo fra la strega ed il re Boemondo al campo dei crociati - di potersi trasformare in una gazza. Cosa che avviene subito dopo la sua morte. Dunque, la vita di un essere umano si interrompe, e questo basta alla Morte; ma la medesima vita rinasce in forma di animale, e questa è la beffa nei confronti della Morte. In secondo luogo, va sottolineato un aspetto di singolarità nella parodia messa in atto da Monicelli di alcuni temi del film di Bergman. Il regista toscano attua una chiara parodia del film di Bergman in almeno due punti: il dialogo del cavaliere con la Morte ed il rogo della strega. Anche il duello finale di Brancaleone con la Morte è una parodia, ma stavolta in tono drammatico, del duello in forma di partita a scacchi tra il cavaliere Antonius Blok e la Morte. La sfida del cavaliere Blok alla Morte è costantemente razionale, anche quando cerca di guadagnare tempo per salvare la famiglia di attori. La sfida di Brancaleone, invece, è istintiva, è la sfida del popolano con il mito della cavalleria: non può che risolversi nel confronto fisico.
Si tratta di differenze che emergono con chiarezza soprattutto nella parte finale dei due film. Antonius Blok è ormai rassegnato al suo destino ed affida alla propria intelligenza la possibilità di una vittoria parziale sulla Morte. Brancaleone ha compreso di essere faccia a faccia con la Morte e decide di affrontarla fisicamente in una lotta impari: ancora una volta, la commedia mostra il suo risvolto tragico. Tanto è vero che tutta la sequenza del duello fra la Morte e Brancaleone, fino all'uccisione della strega, è tesa e drammatica. Brancaleone, in tale sequenza, non "sbruffoneggia" mai, nemmeno quando offre il suo petto alla Morte. Si potrà obiettare che il finale di Brancaleone alle crociate risponde, sostanzialmente, allo scopo di non far morire Brancaleone per un eventuale seguito. L'osservazione è condivisibile. Ma non sembra fosse nelle intenzioni di Monicelli fare un terzo episodio di Brancaleone. E, in ogni caso, il significato delle sequenze finali, anche in caso di morte di Brancaleone, non cambierebbe di molto. In chiusura, si può affermare che in entrambi i film il "riso", la beffa, l'astuzia e l'inganno da un lato, il sacrificio dall'altro, sembrano essere le spuntate armi concesse all'uomo nel suo confronto con il soprannaturale.
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©2002 Gaetano Pellecchia