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                   Il castello delle ombre   Recensioni, articoli, saggi sui film sul Medioevo o di "atmosfera" medievale     a cura di Vito Attolini

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Gaetano Pellecchia

(2001: a Space Odyssey, 1968, regia di Stanley Kubrick)

   

In queste brevi considerazioni si esulerà dal Medioevo e ci si soffermerà sulla rappresentazione e rielaborazione del passato (e della Storia) non in termini di "anacronismo" o di "immagine del passato" fornita da un film, ma sulla funzionalità che hanno espliciti rimandi al passato all'interno della struttura narrativa di una pellicola e delle tesi sostenute in essa dall' (o dagli) Autore.

Lo spunto per tali minime riflessioni è offerto da 2001, Odissea nello spazio, capolavoro della fantascienza realizzato da Stanley Kubrick nel 1968. Nel futuro prossimo (va sempre ricordato che il film uscì nel 1968) un misterioso monolite "appare" su un asteroide e sembra essere puntato verso Giove. Gli Stati Uniti decidono di inviare su tale pianeta un'astronave la cui missione è però sconosciuta agli stessi astronauti. 

Il passato apre e chiude il film di Kubrick. Nelle sequenze iniziali viene rappresentata l'"alba dell'umanità", stando all'omonima didascalia. Nel finale, l'unico astronauta sopravvissuto approda in una casa arredata in modo "neoclassico" in cui invecchia e rinasce rapidamente. Qual è il significato di questo "posizionamento" del passato nell'economia narrativa del film?

Come già accennato in apertura, l'analisi della fedeltà dell'ambientazione, per quel che riguarda le sequenze riferite al passato, non rientra negli obiettivi di questo scritto e comunque sarebbe fuorviante nell'interpretazione del film di Kubrick. Infatti, si sa ancora poco sulle scimmie antropomorfe e sulla vita che esse conducevano, ovvero si sa poco della preistoria che Kubrick mostra in apertura. Eppure: lo spettatore si fa un'idea "realistica" dell'"alba dell'umanità". In modo più accentuato, l'ambientazione "neoclassica" di alcune sequenze finali richiama in mente il Settecento (quello "Occidentale"): non è un caso se la critica ha parlato, anche in riferimento a quest'ultimo aspetto, di racconto filosofico.

Dunque, il periodo preistorico (in apertura) ed il Settecento (in chiusura) si connotano come epoche destinate a marcare in maniera decisa il viaggio che l'umanità sta per compiere e che Kubrick intende presentare. L'umanità del futuro (prossimo?) nasce da una "nuova preistoria", che ha come modello ideale la cultura illuminista ed il classicismo. L'umanità di 2001, Odissea nello spazio è "preistorica" perché ancora non sa di passare ad una nuova era (e ad un'altro mondo, lontanissimo, ma potrebbe essere la stessa Terra). Infatti in tale "preistoria" le macchine raggiungono un grado elevatissimo di sofisticazione. Esse sembrano ambire a voler sostituire gli esseri umani nel dominio del mondo. Verranno sconfitte dal residuo di "animalità" - memoria di quel periodo di lotta feroce per la sopravvivenza che si è soliti definire come preistoria, memoria giacente nella corteccia cerebrale e dunque patrimonio genetico - esistente nell'uomo e illustrato nelle sequenze iniziali. Ciò è esemplificato dalla vicenda dell'ultimo astronauta in lotta contro Hal 9000, il supercomputer che gestisce l'astronave.

Ma la nuova umanità nascerà anche da quanto di buono l'uomo ha elaborato nel corso della sua storia: dal pensiero che libera l'individuo, dalla conoscenza, dall'approccio razionale alle cose, da rapporti sociali finalmente "umani", tappa finale (o "nuova alba dell'umanità") cui la storia umana approda dopo un viaggio millenario e che viene sintetizzata e suggerita soprattutto dalle sequenze finali. 

Ovviamente, un altro passato sta a monte dell'operazione di Kubrick. Si tratta dell'esplicito richiamo all'Odissea come archetipo del "viaggio". Su questo la critica ha scritto molto. Qui si vuole solo evidenziare, una volta di più, che l'analisi del film suggerisce che l'Ulisse cui guarda Kubrick è, forse, più "dantesco" che "omerico"... Avevamo promesso di allontanarci dal Medioevo, ma, a quanto pare, non se ne può fare a meno.

   

        

   

©2004 Gaetano Pellecchia

  


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