Sei in: Cinema e Medioevo ® Il castello delle ombre ® Articoli

                   Il castello delle ombre   Recensioni, articoli, saggi sui film sul Medioevo o di "atmosfera" medievale     a cura di Vito Attolini

Articoli

Roberto Rombi

L'Armata Brancaleone, 1966, regia di Mario Monicelli

   

Un Medioevo sanguinario e cencioso, un linguaggio impastato di dialetti e latino maccheronico, due elementi fuori dagli schemi cinematografici nell’anno 1966. Fa impressione rivedere sul grande schermo, dopo passaggi in tv nell’arco di quarant’anni, L'Armata Brancaleone, il film di Mario Monicelli che l’Associazione Philip Morris Progetto Cinema ha riportato in vita con un restauro, a cura di Giuseppe Rotunno, realizzato in collaborazione con la Titanus e la Fondazione Cecchi Gori.

Scritto da Age e Scarpelli insieme a Monicelli, prodotto da Mario Cecchi Gori e distribuito dalla Titanus, il film - il viaggio picaresco verso sud di un gruppo di morti di fame che seguono, con il miraggio di un feudo, lo sfortunatissimo cavaliere Brancaleone, aspirante capitano di ventura - è interpretato da Vittorio Gassman, Gian Maria Volonté, Enrico Maria Salerno, Catherine Spaak e da caratteristi straordinari come Carlo Pisacane e Folco Lulli. 

«L'Armata Brancaleone - ha dichiarato Monicelli - ha rappresentato un punto di rottura con una certa idea della storia molto diffusa allora, quella di un Medioevo popolato da paladini coraggiosi e dame cortesi mentre noi lo abbiamo ricreato, per la prima volta, come un mondo dominato da ferocia e inciviltà». 

Il linguaggio rimane una delle cose più sorprendenti del film e Scarpelli spiega come è nato. «C’era un po’ di spirito goliardico in questa operazione, il piacere di trasformare parodisticamente il modo di parlare, un vezzo superficiale, forse, ma è chiaro che quel gioco ha potuto approfittare di cose che conoscevamo, un tanto di cultura letteraria, un po’ di latino. Totò era uno che stimolava a rinnovare il linguaggio, a dare significati diversi alle parole. Era un’epoca, mi sembra, che ora si è un po’ annebbiata eppure la lingua è una cosa che non bisognerebbe smettere di analizzare. Comunque quel lessico -  continua Scarpelli - è stata un’invenzione assoluta. Abbiamo creato una lingua artefatta, contaminata da dialetti e da maccheronismo. Tutto sommato il linguaggio usato nel film non serviva per far andare avanti la storia, era una cosa in più. I passaggi dell’azione erano tanto primordiali che avrebbe potuto essere un film muto. Quella lingua inventata mi colpisce ancora come il prodotto di una certa incoscienza infantile che oggi si potrebbe chiamare audacia. Del Medioevo poi poco si sa. Che cosa avveniva in quegli anni? Non è mai chiaro. Per questo i costumi nel film sono così spiazzanti, assolutamente non realistici. Lo storico racconta i grandi eventi, ma come erano le mutande di un cavaliere nessuno lo sa».

Alessandro Gassman ha letto un commento scritto dal padre Vittorio: «L’Armata Brancaleone è uno dei miei film prediletti. C’era un'aria di divertimento generale con l’invenzione di quel linguaggio e di quel cavaliere, una specie di samurai che ormai tutti conoscono e che è stato il personaggio che mi ha dato più popolarità». Alessandro Gassman aggiunge che il film è stato girato poco dopo la sua nascita, «e io per anni ho pensato di essere il figlio di Brancaleone. Quando ho scoperto che non era così ci sono rimasto un po’ male». 

«Sul set - ricorda Catherine Spaak - venivo accolta con prese in giro, insulti e parolacce. Per loro era un divertimento ma io arrossivo e trattenevo a stento le lacrime. Era raro allora che, oltre le attrici, ci fossero donne sul set. Quindi si creava un gioco di goliardia maschile. E anche nel mondo del cinema la donna era inquadrata in due settori, o la santa o l’altra. Un giorno Vittorio Gassman è stato costretto a riaccompagnarmi dal set a Roma. Il viaggio si è svolto nel silenzio assoluto fino a quando siamo arrivati a casa mia. Allora mi ha chiesto scusa. Da quel momento - confessa la Spaak - siamo diventati amici. Ricordo la sua tenerezza. Non era vero che era così baldanzoso e quindi prima non era a me che si rivolgeva, ma forse a un suo fantasma».

       

     

    

Da "la Repubblica", 25 gennaio 2006 (segnalato da Giuseppe Losapio).

  


  su  Castello delle ombre-Indice  Cinema e Medioevo-Indice

Indice film