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Quando non si ascoltano gli storici

di Loris Castriota Skanderbegh

  

In Le Crociate di Ridley Scott (2005), film ambientato all'epoca della III crociata, fine XII secolo, le armate del sultano portano, tra gli altri emblemi, il "crescente", la mezzaluna, che comparirà sulle bandiere delle truppe islamiche non prima del XV secolo

  

 

Il nome è carino, come quelli vezzosi che si scelgono per il gattino di casa. Sembra innocuo e, anzi, amabile: invece, lo temono in molti. Oppure no?

è il blooper, quella molesta svista, quell’irritante lapsus che si insinua nelle pellicole, anche nelle più accurate, per quanta attenzione ci possano mettere il regista, gli aiuti, i segretari di edizione, gli assistenti di scena o i cameramen. Hanno creato addirittura una figura dedicata per evitarli: il “supervisore della continuità”. Ma solo nelle produzioni più ricche: le altre, per risparmiare, caricano il peso sugli aiuto-registi.

Eppure è sempre lì, fa capolino quando meno te lo aspetti. Quando sei concentrato sulla trama o ipnotizzato da una scena di passione o d’azione. Lì per lì non te ne accorgi. C’è qualcosa che non ti quadra; al limite, ti infastidisce. Ma, il più delle volte, è un qualcosa che neppure arriva al limite della coscienza. Solo ad una seconda visione, quando la trama è già nota, quando abbiamo già colto la visione globale dell’opera, ci concentriamo sui particolari. Ed è lì che quei piccoli folletti dispettosi, quegli errorini indesiderati fanno capolino.

Un aereo attraversa il cielo in una sequenza di Robin Hood e i compagni della foresta, di Ken Annakin (1952)

Gli anglofoni, più precisamente, li chiamano, in realtà, goof (per loro, i “precisini” della perfida Albione, il blooper è la scena sbagliata che viene “tagliata” dal film): ricordate Pippo, l’amico imbranato di Topolino? Il nome originale è Goofy: “scioccone”, “pasticcione”, appunto.

Ma sono, poi, così importanti?

Forse, nelle pellicole di pura fiction – oggi proprio non la voglio smettere con questo Inglese... – non più di tanto: al limite, indispongono. A cosa mai stavano pensando – ci chiediamo – quando giravano quella scena? Non potevano accorgersi di quel tecnico riflesso nello specchio? O della cravatta verde che nell’inquadratura seguente diventa blu? Pinzellacchere, direbbe Totò. E probabilmente lo sono davvero, soprattutto per i meno pignoli.

La situazione, però, si complica per i film con qualche ambizione di “storicità”. è proprio in questi che il blooper perde la sua natura bagatellare, per assumere dimensioni ben più serie. Sono gli anacronismi, gli sbagli di nomi, situazioni e luoghi i veri assilli, gli spauracchi che costringono sceneggiatori e registi – almeno, i più coscienziosi – ad ingaggiare fior di consulenti per evitarli ad ogni costo.

Nei kolossal, dove i fondi a disposizione sono tanti, gli errori dovrebbero essere banditi: l’opportunità di scegliere illustri storici dovrebbe essere garanzia sufficiente d’immunità.

In Ivanhoe di Richard Thorpe (1952), le regole del duello in torneo appaiono quelle codificate nel XV secolo: il Codex Manesse, che risale alla prima metà del XIV sec., ancora riporta duelli tra schieramenti e, al limite, tra singoli ma non in campi divisi e, comunque, con lance "offensive" e non "cortesi".

Eppure, anche in quei casi – e forse ancor di più – l’imperfezione è in agguato: sarà perché in una macchina più complessa è difficile evitare ogni cigolio, ma il neo, prima o poi, viene a galla.

Lo raccontano, ormai, decine di siti internet (visualbloopers.it, bloopers.it, lo stesso imdb.com) e lo denunciano saggi come il già datato Corsari del tempo, scritto nel 1994 per i tipi dell’Edizione Ponte delle Grazie da Sergio Bertelli, all’epoca docente di Storia moderna all’Università di Firenze, in collaborazione con Ileana Florescu, oggi apprezzata artista ma all’epoca studiosa di storia del Teatro. Dalla mannaia dello spietato censore-storico bolognese si sono salvati appena sei titoli: Barry Lyndon (1975) di Stanley Kubrick, I misteri del giardino di Compton House (The Draughtsman's Contract, 1982) di Peter Greenaway, Molière (1978) di Ariane Mnouchkine, Il mondo nuovo (1982) di Ettore Scola, Le relazioni pericolose (Dangerous Liaisons, 1988) di Stephen Frears e I tre moschettieri (The Three Musketeers, 1973) di Richard Lester.

Sarà forse un caso, che Bertelli abbia risparmiato opere degli anni ’70 e ’80 e “stroncato” il resto? Non sembra proprio. Nell’epoca precedente le ricostruzioni storiche potevano essere penalizzate da approssimative conoscenze storiche, mezzi tecnici inadatti e budget limitati oppure dalle distorsioni ideologiche, come ammoniva l’autore in un’intervista al "Corriere della Sera" nel maggio del ’94: «...tutto il cinema storico dei regimi totalitari è stato tremendo. La falsa ricostruzione del passato serviva per glorificare il presente. Mussolini, Hitler e Stalin volevano così: piccoli e grandi registi hanno dato il loro contributo, dal nostro Luis Trenker di Ortisei con i Condottieri (1937) al sommo Ejzenstejn di Ivan il terribile (Ivan Grozny, part I, 1944). La commistione tra arte e politica nel nostro secolo è stata nefasta».

Dopo gli ’80 ha forse pesato la voglia di strafare: qualche “soldo” in più e dagli con costumi sbagliati, ambientazioni incoerenti e particolari ridondanti. Un “maestro” del genere – non solo di cinema e teatro, quindi – , esemplifica Bertelli, è il Franco Zeffirelli del film televisivo Gesù di Nazareth (1976): «... il capolavoro è Gesù: arredi arabizzanti e magrebini (era girato in Nord Africa), un castello crociato che è la reggia di Erode; e i protagonisti hanno occhi chiari e incarnato bianchissimo, così diversi dal popolo olivastro delle comparse tunisine».

Insomma, a salvarsi sono davvero in pochi, anche quando il regista può contare sulla consulenza di “giganti” della storiografia come fu per Jean Jacques Annaud che chiese aiuto a Jacques Le Goff per il Nome della Rosa (1986), salvo poi ignorare gran parte delle sue indicazioni. In quel caso, la colpa non poteva certo essere imputata al sommo medievista. Per Annaud, “licenze artistiche”? Forse, ma allora, meglio non scomodare gli accademici. E meno male che Bertelli non ha pubblicato in anni recenti: cosa avrebbe mai detto de Il Gladiatore (The Gladiator, 2000) o Le Crociate (Kingdom of Heaven, 2005) di Ridley Scott, o ancora di Troy (2004) di Wolfgang Petersen? Tre vere antologie anni 2000 dell’errore storico.

Un clamoroso blooper nel film Il Gladiatore, di Ridley Scott (2000): sul retro di una biga, compare una bombola di gas usata per simulare la nuvola di polvere sollevata dalle ruote. In basso, un'automobile bianca in una sequenza di Braveheart, di Mel Gibson (1995)

Ma, insomma, questi bloopers contano o no?

La rappresentazione esatta della realtà, almeno dalla fine dell’800, non è più stata un’ossessione per letterati, pittori e poi scultori: perché dovrebbe rimanere tale per i cineasti?

Per tacere del fatto che la rappresentazione esatta della realtà è impossibile, come ci ha scientificamente dimostrato Heisenberg, col suo Principio d’indeterminazione.

Allora  cinema “a schema libero”? Assolutamente no!

Bertelli ammoniva: «...il film in costume ha il compito di riproporre vecchi cliché. Del genere: l’antichità lussuriosa e decadente contrapposta alla purezza del Cristianesimo, il Medioevo di barbarie che aspetta solo il Rinascimento, ecc. Questa divulgazione per luoghi comuni ha i suoi predecessori nei romanzi ottocenteschi e poi nei manuali scolastici: il cui contenuto è l’immagine stereotipata, il pregiudizio insomma. Il cinema, con la sua prepotente diffusione, moltiplica questa nocività: maltrattando la verità degli accadimenti deforma la mentalità».

Ad un medium di grande impatto, insomma, occorre un’etica dei contenuti: un vecchio tema, che mai finirà di appassionare e riscaldare, per la difficoltà di identificare l’arbiter disinteressato e competente e per il fortissimo rischio di sconfinare nella censura ideologicamente condizionata.

Alla domanda su quando si possa “passare sopra” agli errori nei film storici, posta da Franco Cardini in una bella intervista proposta dalla testata online “Il Trillo del Diavolo”, il medievista ha con ogni ragione risposto: «Dipende dal tipo di film, dai suoi scopi, dal suo carattere. In capolavori come L'armata Brancaleone o La fontana della vergine l'importante non è un'astratta e del resto impossibile fedeltà storica. Diverso è quando ci si proponga un'obiettiva fedeltà storica. Poi ci sono i film in cui la storia è usata a fini di propaganda politica: lì il tema chiamato in causa è civico e quindi si ha il dovere di essere esigenti».

 

Due anacronismi in Braveheart. A sinistra, calzature con occhielli metallici per le stringhe. A destra, Mel Gibson nei panni del ribelle scozzese: ma il kilt nel Medioevo non c'era...

«Un film storico», insomma, per Cardini, «deve disporre di un buon consulente storico e considerarlo non un alibi né un nome per i titoli di coda, ma un collaboratore da ascoltare e cui accordare il diritto di veto in casi importanti, in cui il rischio sia un tradimento grave e indiscutibile della realtà storica».

La strada è chiara: cercare di essere il più possibile fedeli alla realtà storica che si rappresenta, seguendo il consiglio degli esperti, pur senza comprimere la forza creativa che distingue una forma d’arte come il cinema dalla documentaristica.

E di estro doveva averne tantissimo Richard Thorpe, che diresse un’indimenticabile terna di “perle” cinematografiche di ambientazione medievale: Ivanhoe (1952), I cavalieri della tavola rotonda (Knights of the Round Table, 1953) e L'arciere del re (The Adventures of Quentin Durward, 1955). Da vedere con una confezione di antiacido a portata di mano per i cultori del Medioevo. E, tuttavia, a modo loro, tre capolavori della didattica storica: basta proiettarli e dire agli studenti che l’Età di Mezzo è esattamente il contrario. Altro che decine di lezioni – pur con docenti simpatici come il professor Licinio – e migliaia di pagine da mandare a memoria!   

     

       

   

©2011 Loris Castriota Skanderbegh

    

 


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